Solitudine preventiva

Come ho smesso di amare la bomba e iniziato a preoccuparmi

C’era un freddo -c’è ancora adesso- hai presente come quando qualcuno entra in un posto e tu sei dentro già da un po’, ecco, senti che se lo porta dietro, questa cosa impalpabile. Perché mi ritrovo molte volte a cercare delle persone, ed è curioso il fatto che mi porta, nel momento in cui più vorrei parlare a qualcuno, a ritrovarmi ancora più solo, accompagnato da un insistente inesistente, i famosi Piccoli Fastidii Quotidiani, lo scendere a buttare i rifiuti e farci andar dietro le chiavi di casa, come ad accompagnare la balistica del gesto, il percorso. Li tenevo nella stessa mano (il verde melograno/ dai bei, etc.). Ci sono un mucchio di cose che danno fastidio, e questo è un dato. Forse proprio un mucchio no, ma dipende se le sparpargli in giro o le raccogli, quelli sono fatti che dipendono da come ti vuoi organizzare i fastidi. Alcuni lo fanno in macchina, per dire.

Rarissimo il freddo in quel posto; ne parlavano tutti come un evento strano ed eccezionale: in quel periodo dell’anno, oltretutto. A me invece dava solo fastidio. Una sera è stata tutto un rincorrersi, tutto di corsa, correre con una borsa pesante e perdere coincidenze, che avevi dormito fuori “Ho solo un minuto, devo fare presto”, però lo hai detto con un bel sorriso come se mi dicessi cosa vuoi farci, è così. La voce un po’ roca, bella. Neanche il tempo di dimenticarmi cosa avrei voluto dire, nemmeno quello.

Credevo almeno di aver la compagnia dei pini marittimi, che di sicuro male non mi fa. Avevi un neo simpatico, sulla nuca; l’ho visto la prima volta che ci siam conosciuti, dopo esserti tolta la sciarpa. Ci siam salutati fuori dal teatro Pereira, e sapevo di sicuro che non mi avresti chiamato e io non avrei potuto più parlare con te; dopo trecento metri di notte poi ho pensato: come uno si porta il freddo dentro, si porta anche il caldo.

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Un haiku per amico

Bioraria

Nel condominio

tutti col SUV

ma la notte

concerto di lavatrici

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La continua sagra della Saga delle Cose già Dette

Che è da un po’ di tempo che scrivo alcune cose e mi chiedo se le abbia già dette o scritte qualcuno e la maggior parte delle volte mi rispondo di sì, che le ha dette qualcuno, o si son lasciate scrivere da altri, ma mi si depositano dentro e io non ci penso più. Non le vado a cercare giù in fondo ma sono loro che mi si presentano, è per quello che lì per lì non mi danno da pensare perché son convinto che siano mie, ma poi quando le vedo scritte cambia tutto, perché mi accorgo che mi guardano strano.

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Torna, sole, a illuminarci

Io certe volte non vorrei sembrare toppo incentrato su quello che mi succede nella vita, ma penso che

beh non mi ricordo più cosa volevo scrivere.

Comunque il succo è questo: mi piace quello alla pesca, alla pera, al massimo; l’ananas mi fa specie.

Io mia madre non è che la senta spesso, per lo più ci sinceriamo che tutto vada bene, che sono un po’ dei discorsi di circostanza. Ogni tanto parliamo di quello che succede nel mondo, e son convinto del fatto che finché pensa e ha paura d’essere intercettata, lei che parla con le sue amiche, che tra l’altro hanno ormai una certa età, per lo più di ricette, le cose secondo me non cambiano.

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Federaulesimo – Hai regione tu.

Tragedia in atto unico

“Allora ci mettiamo qua giù per terra e giochiamo.”

“Va bene.”

“Le regole sono queste: siamo in 2 e ci dislochiamo a seconda dei punti Cardinali, che per la semplificazione sono 3: Sepe, Bagnasco e 3. Adesso disegniamo una linea qui sulla carta che chiamiamo il territorio: facciamo che io sono Gliuni, e tu Glialtri e ci leghiamo al territorio con queste corde qua. Tieni.

Abbiamo due zone e se tu mi vieni a trovare o a casa mia facciamo che io devo gridare Torna A Casa Tua, forte, il più forte possibile perché ci sono i consensi; vedi queste piccole pedine azzurre, sono tutti consensi e si spostano se gridi. Lo stesso devi fare tu; però forte, devi gridare forte.

Poi dopo che tutti sono a casa tua, ah scusa no, a casa propria, facciamo che Gliuni se lavorano 12 ore al Giorno, che è questo paese che segno qui, possono dividersi e fare Gliuni’ e Gliuni’’. E così anche tu con Glialtri con Glialtri’ e Glialtri’’, poi possono diventare Galli, Illiri, quello che vuoi, e poi dobbiamo anche parlarci diversamente se no ci capiamo. Devi stare in un punto Cardinale e se si parla l’altro gli parla sopra. Se entra qualcun altro diventa una cosa diversa; se sta zitto ed entra a punteggio più basso di noi bene, se no torna a casa tua.”

“Mia?”

“Sì, perché io a casa mia faccio quello che voglio.”

“E poi?”

“E poi ci si divide, divide, ci si spacca fino ad arrivare ognuno a casa propria che sei nella tua stanza con la porta chiusa e ti dividi. Fino alle particelle subatomiche di casa propria, il più velocemente. Vince chi per primo traccia delle belle linee sugli spazi di Hilbert, sempre con un occhio al territorio per la sicurezza a casa propria lavorare 12 ore al giorno qui c’è gente che lavora.”

“Ma che senso ha?”

“Come perché, che senso ha? Perché è difficile stare con le altre persone, fa schifo stare assieme, non si fa principalmente perché poi si diventa appiccicaticci e si suda. Non è normale?”

“Questo non è un gioco.”

“Questa non deve diventare una cosa di cui parlare.”

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C’eravamo tutti ma tu non ti ricordi

Come le peggiori patologie, seipuntotrentasette ti torna sotto una diversa forma:

http://seipuntotrentasette.tumblr.com/

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